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Annamaria che ha avuto tre madri e Maria Grazia che le racconta

Intervistiamo l'autrice del romanzo "Di mamma non ce n'è una sola", tratto da una toccante storia vera

La maternità non è solo biologica. Ha tante sfumature, alcune delle quali dolorose, complesse, incomprensibili ai più. Cosa spinge una donna a dare in adozione il proprio figlio? Quali sentimenti vive chi sa di essere stato adottato? Quanto logorio ha il cuore di chi vuole capire le ragioni di un abbandono? Maria Grazia Fasciana, animo sensibile e penna raffinata, scrittrice ed assistente sociale di Gela ha descritto questo sentire  in un romanzo che rimane nel cuore. Parte dal titolo, che ribalta un vecchio adagio, “Di mamma non ce n’è una sola” (Vetri editore) e lo argomenta lasciando nel lettore tanti perché, ma anche moltissime certezze, su tutte quella che l’amore vero può essere cucito addosso al di là dei legami di sangue e che quel che ci è atavicamente appartenuto non ci lascerà mai. Il testo racconta una storia vera, quella di Anna Maria Pellegrino, una donna che di mamme, addirittura, arriva ad averne tre. Un’esistenza dove l’amore si frappone con il suo opposto. Dove i tanti interrogativi diventano risorse. All’autrice abbiamo chiesto di raccontarci di questa storia difficile, ma della quale ci si innamora.

La maternità non è solo biologica, ma anche e sopratutto affettiva. Lo racconta nel suo libro. Come è nata l’idea di scriverlo?

Avevo sempre avuto in serbo l’idea di scrivere un romanzo e non solo poesie, ma l’idea di scriverlo è nata quando ho incontrato Anna Maria: ci vedevamo presso la sede di un partito politico per organizzare la campagna elettorale e lei raccontava la sua storia in modo concitato, con insistenza. Avevo difficoltà a seguirla e non le prestavo molta attenzione anche perché quell’argomento aveva poco a che fare con il motivo per il quale ci incontravamo, ma la sua ostinata insistenza mi indusse a fermarmi e ad ascoltarla. Il suo racconto mi sembrava inverosimile, non era possibile che la vita narrasse storie che superano la fantasia. Invece quanto era accaduto ad Anna Maria era vero. Le dissi che la sua storia era talmente stupefacente che vi si poteva scrivere un romanzo: “Che mai l’avessi detto”! perché da quel momento Anna Maria cominciò ad incalzarmi:   voleva che fossi io a scrivere la sua storia. Le manifestai le mie perplessità non essendomi mai cimentata nella scrittura di un romanzo sebbene facesse parte dei miei desideri, ma lei non si arrese. Cominciammo a vederci sistematicamente, lei parlava liberamente, raccontando fatti e avvenimenti non ben localizzati nel tempo: era stata adottata, aveva avuto tre madri, aveva scoperto di avere un fratello di cui sconosceva l’esistenza…; lei raccontava, io ricostruivo la storia, la contestualizzavo nei luoghi e attraverso l’empatia incastonavo le sue sensazioni, le sue emozioni. Le leggevo quanto avevo scritto e fiumi di lacrime scorrevano dai suoi occhi, mi ringraziava, domandandomi come avessi fatto a sapere che lei aveva provato quelle emozioni così come le avevo descritte.

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Anna Maria raccontava, io costruivo il romanzo, lei   elaborava le vicissitudini della sua vita, metabolizzandoli,  attribuendo loro collocazione, senso e significato. Nasceva così  “ Di mamma non ce n’è una sola” : un racconto ambientato in parte a Gela, realtà difficile e piena di contraddizioni ed in parte a Pinerolo, dove la protagonista ritrova le proprie radici; una storia di sofferenza, ma anche di sogni che si realizzano, di sorprese, di un meraviglioso rapporto d’amore con un fratello di cui Anna Maria per anni aveva ignorato l’esistenza, ma soprattutto è la ricostruzione di un rapporto materno che si completa attraverso tre madri, a ciascuna delle quali la protagonista ha riservato affetto e amore:

La mamma accogliente, amorevole, rassicurante, capace di manifestare il proprio affetto e che venendo a mancare lascia un terribile vuoto nella figlia.

La mamma che educa, severa e tenace, che vuole trasmettere a tutti i costi i valori culturali che le appartengono, senza mai metterli in discussione perché sono valori consolidati, nel luogo e nel tempo e persino sintetizzati, a scanso di equivoco, in una serie di proverbi che costituiscono il decalogo di quella cultura.

La madre naturale, entità misteriosa e corrosiva, finché incognita, si materializza attraverso la ricostruzione della sua dolorosa storia di vita. 

La sua identità ricomposta ne suggella l’esistenza e Anna Maria insieme al fratello Guido costituiscono prova tangibile e materiale di quella esistenza.

L’aver ritrovato la madre biologica consentirà ad Anna Maria di ritrovare le sue radici e di dare spiegazione alle sue domande: chi sono, da dove vengo e soprattutto perché sono stata abbandonata? Attraverso la storia della madre vera Anna Maria ricostruisce la sua identità,  e, da quel momento, non si sentirà più abbandonata, capirà le ragioni che hanno costretta colei che l’ha generata a lasciarla, ne comprenderà il dolore, così le concederà lo stesso amore che aveva riservato alla madre che l’ha cresciuta, ricomponendo l’indissolubile legame di una madre con il frutto che porta in grembo.

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Anna Maria viene alla luce, da una condizione sfortunata ma la sua vita alla fine non lo è: se fosse rimasta con la madre naturale, probabilmente, non sarebbe sopravvissuta, ma fortunatamente finisce in una famiglia dove c’è chi l’accudisce con amore. 

Viene brutalmente troncato quell’amore, ma Anna Maria è comunque in grado di costruire nuovi legami affettivi e quando anche questi si spezzano il suo vuoto interiore si accresce e il tentativo di colmarlo diventa talmente affannoso da indurla ad una ricerca disperata.

È stata dura installarsi in una tematica così delicata?

Scrivere questa storia ha significato immedesimarmi, fino a provare a vivere le delicate e dolorose vicende, come del resto, qualche volta, mi accade quando ascolto le storie, particolarmente tristi e dolorose di persone in cura al Dipartimento Salute Mentale, dove lavoro. Non dovrebbe essere così, perché dovrei avere il giusto distacco emotivo, pur entrando in empatia, ma in realtà non è sempre   semplice non lasciarsi coinvolgere emotivamente.  

L’aver scritto questo libro quali consapevolezze ha fatto maturare in lei?

Che per la maggior parte delle persone adottate è importante comprendere il motivo dell’abbandono e poter conoscere i genitori naturali o almeno la loro storia.  La legge 28 marzo del 2001 n.149 consente ai genitori adottivi di ottenere, su autorizzazione del Tribunale per i minorenni e per gravi e comprovati motivi, informazioni concernenti l’identità dei genitori biologici. L’adottato, raggiunta l’età di venticinque anni, può accedere  a informazioni che riguardano la sua origine e l’identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua natura psico-fisica.

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Cosa si sente di dire a chi le ha “regalato” questa storia così preziosa?

 Scrivere è un esercizio catartico, aiuta ad elaborare le emozioni a liberarsi.
“Di mamma non ce n’è una sola” ha consentito  ad Anna Maria di riscattare la sua vicissitudine. Lei ha tenuto a diffondere la sua storia, per far sapere che, grazie alla   tenacia, ha trovato la sua madre biologica, ha voluto fortemente trasmettere la sua esperienza, attraverso il romanzo, per aiutare coloro che avessero desiderato conoscere i loro genitori. 

Io non finirò mai di ringraziare Anna Maria, mi ha regalato non solo la storia, ma anche la spinta a scriverla. Grazie a lei ho intrapreso la strada della scrittura che ancora continuo a percorrere.  

In “Di mamma non ce n’è una sola” suggello la storia della vita di Anna Maria 

prematuramente spezzata nel Gennaio del 2019. Ne sono profondamente addolorata.

Grazie Maria Grazia e ad maiora!

Maria Grazia Fasciana è nata a vive Gela. È scrittrice, poetessa, autrice teatrale ed assistente sociale. Ha all’attivo tre romanzi. È moglie e mamma felice.

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