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Alessia, la scrittrice che “guarda in su”

È in libreria l’ultimo romanzo della giornalista Alessia Franco. È un inno a Palermo, all’amicizia e all’accoglienza

“Con lo sguardo in su” è un libro con una bella copertina. Di quelle che ti viene voglia di incorniciarla e appenderla nella stanza più frequentata di casa. Lo sfogli e ti accorgi che le parole, che scorrono a “una tira l’altra”, belle, vivaci e gustose proprio come le ciliegie, non deludono le aspettative, ispirate dalla bella copertina. L’autrice è Alessia Franco, una collega giornalista, che ama scrivere libri per ragazzi (e non solo) ed ambisce al titolo di “zia d’Italia”. Alessia è una donna dai modi accoglienti, dal sorriso ampio, dall’appeal immediatamente simpatico. Alessia è un fiume in piena, di parole, ricordi, progetti e tra una cosa e un’altra intercala, senza ostentarla, la sua conoscenza: dell’arte, della storia, della letteratura. Il suo romanzo è un inno vivace alla sua Palermo, di cui svela le viscere più oscure, ma con piglio luminoso.

 

“Con lo sguardo in su” è un racconto lungo e largo nella sostanza, seppur racchiuso in un’ottantina di pagine, che si leggono d’un fiato, magari proprio in una sera di iniziò estate, con la luce soffusa e la finestra aperta sul crepuscolo della città. Siamo nel quartiere Danisinni, simbolo della Palermo povera, ma con un fascino residuale, che le ispira perenni rigurgiti d’orgoglio, lí vive Sisidda, unica figlia femmina di una famiglia che, seppur nella povertà può concedersi il “lusso” di piccole conquiste. Siamo anche in un quartiere liberty, colto e raffinato, nel centro città. Lì troviamo Josetta Cohen, che è la perla di una famiglia di ebrei, antiquari facoltosi, colti eppure capaci di spirito di accoglienza anche verso chi ha uno status diverso dal loro. Sisidda e Josetta sembrano due universi del tutto differenti, eppure hanno in comune l’elemento più importante: condividono il tempo benedetto dell’infanzia. L’infanzia accomuna tutti: con quella capacità di scoprire, annusare, toccare, gustare e con il diritto di “guardare in su”. Quella di Sisidda e Josetta è un’amicizia che racconta tante storie, che rivela la misericordia, quei buoni propositi che il genere umano dovrebbe riscoprire, che svela alcuni sogni e ne tiene nascosti altri. Il romanzo di Alessia Franco, nato come testo per adolescenti, è un regalo anche per gli adulti (lo ribadisce Moni Ovadia nella sua presentazione) nella misura in cui regala un attimo di evasione e la speranza che un mondo migliore è davvero possibile. Tra le pagine, Alessia racconta una parte della storia della sua città: cos’è lo stile liberty, chi erano i Florio, come si viveva nella Palermo del lato giusto e in quella del lato sbagliato. Nel sentimento delle pagine emerge costante una figura, quella della nonna, che, lo scommettiamo, ha gli stessi battiti di cuore di Mariella, nonna adorata dell’autrice, a cui è dedicato il libro.

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Alessia, come è nato questo romanzo?

L’idea è nata dai racconti di mia nonna Mariella, dalla sua capacità straordinaria di affabulare. Io sono cresciuta con i racconti di Capuana, che era di fatto un verista. Ho avuto un bel battesimo del fuoco. Mia nonna aveva dei libri di fiabe molto belli. La storia di Brigida e Marta, che riprendo nel mio romanzo, si perde nella notte dei tempi. Mia nonna andava a prendere dalla sua memoria storie antiche, portando alla luce tanti meravigliosi racconti. Questo sostrato di storie caratterizza la mia produzione letteraria da sempre, ma anche il mio modo di essere. La letteratura salva, ma salva se la consideri in due modi: un libro per me deve essere un testo che puoi leggere a qualsiasi età e trovarne sempre uno spunto di riflessione e di crescita. I libri: per chi legge devono essere un divertimento e per chi scrive devono essere un ascolto del potenziale lettore e non solo di se stesso. L’autore non deve perdere mai il contatto con le persone e l’ascolto. Nel momento in cui cessi di ascoltare e pensi a solo a quanto sei meraviglioso tu e a quanto sono meraviglioso i tuoi libri, perdi parecchio. L’idea di questa storia mi è venuta da questa idea di scrittura e anche e soprattutto dall’idea di accoglienza, giocato su un estremo: da un lato c’è la Palermo Liberty della borghesia, di una famiglia ebrea ricca, colta, buona, con un senso di accoglienza quasi mitteleuropea. Dall’altro c’è la Palermo di un quartiere poverissimo, eppur affascinante. Eppure non si capisce chi accolga. Anche Sisidda accoglie la sua sorella ricca. È un’interazione reciproca così  come dovrebbe essere l’accoglienza. Il titolo è un invito, è speranza e la pretesa che tutti i bimbi guardino con gli occhi in su e non giù, come capita purtroppo adesso e come rivelano le recenti strazianti cronache.

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Come sei entrata nell’anima di Danisinni?

Da anni sono addetto stampa alle Catacombe e da lì ho conosciuto il quartiere dove ancora la gente si saluta dicendosi Pace e bene per via dell’influenza dei cappuccini, che sono lì dal 1500. È un quartiere complesso, come se fosse un mondo a parte rispetto alla città. Eppure c’è fascino, storia, voglia di rivalsa e di rinascita. Ho letto molto su questo quartiere e imparato anche grazie ai racconti di chi vive lì.

ti senti più Sisidda o più Josetta

Non mi sento nessuna delle due, non in senso pieno. Mi riconosco in alcuni aspetti dell’una e in alcuni aspetti dell’altra. Non volevo raccontare me perché lo scrittore deve ascoltare e non essere autoreferenziale.

questa storia si ispira al clima odierno spesso reticente verso l’accoglienza?

Non è un caso che questa storia mi sia passata per la mente in questo momento storico. Io mi arrabbio fortemente quando sento di ingiustizie nei confronti di chi non si può difendere. Questo vuol dire che esistono bambini che possono  guardare con gli occhi in  su e altri condannati a guardare con gli occhi in giù. Non è accettabile. Quando ho iniziato a scrivere questa storia ho pensato alle persone che vivono con il cuore puro, i bambini, gli adolescenti. La cattiveria fa notizia, il fatto che ci siano persone pulite di notizia ne fa poca. Io delle lordure non me ne faccio niente, se devo raggiungere i traguardi devo farlo in maniera pulita e con gli occhi in su. A tal proposito mi piacerebbe che il libro fosse una medicina è un conforto per chi lo leggerà.

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I pilastri letterari di riferimento?

Sulla mia formazione ha influito parecchio la letteratura sudamericana, infatti amo molto la prima Allende e il grande Garçia Marquez. Ogni tanto mi perdo nei romanzi medioevali che leggo molto a rilento, gustandoli passo passo. Mi piace molto il verismo: Verga e Capuana sono tra i miei preferiti. Ed ancora Paolo Rumiz,  Erri De Luca, adoro gli autori nordici, che sono diametralmenti opposti a noi, hanno luce diversa rispetto alla nostra, meno intensa ma non meno luminosa. Ed ancora Consolo, Calvino, Rodari, il Pirandello dei miti, Maraini, Roth, Jodorwsky e soprattutto la grandissima Virginia Woolf, che con la scrittura compie miracoli nell’analisi dell’animo umano, come credo nessuna. Generalmente è molto di moda dire: “ho letto l’ultimo libro di…”,  giudicare una persona in base alle letture fatte e a quando le ha fatte. Un libro arriva quando si incontra con chi lo deve leggere. Non prima e non dopo.

Romanzo nel cassetto?

Ci stiamo lavorando e stiamo lavorando anche a un testo teatrale, di cui però ancora non posso svelare nulla. Io poi scrivo sempre. Tengo un diario da quando avevo tredici anni ed  conservato ogni pagina. Del resto le cose che mi fanno sentire al sicuro sono essenzialmente due: aveva qualcosa da scrivere è qualcosa da leggere.

Grazie Alessia e ad maiora!

Con lo sguardo in su è un romanzo edito da Kalos.

 

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