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Come saremo tra dieci anni, ricordando la quarantena?

Pensieri sparsi di un tempo solo apparentemente immobile

“Ragazzi, è pronta la cena!”
Anna entra in sala da pranzo con il suo solito piglio deciso, una fascia che le tiene indietro i capelli, gli occhiali dalla montatura che le regalano uno sguardo intellettuale ma che coprono anche il viso stanco di chi ha trascorso le ultime quattro ore tra libri e computer.
Sbuffa: “Mamma, ti sembra possibile che nel 2030 io debba vivere nell’ansia di sapere se ho superato l’esame?”
“Adesso non pensarci, togli gli occhiali e rilassati.. ma tuo padre e tuo fratello?”
“Arriviamo!”
Tanto per cambiare, parlano tra loro un linguaggio incomprensibile alle donne di famiglia. Si confrontano sugli schemi assurdi di un nuovo gioco virtuale a cui hanno dedicato l’ultima ora del pomeriggio. L’ennesimo gioco apocalittico che li gasa così tanto in cui prendono le sembianze di due scienziati avatar che devono sconfiggere il virus letale di turno e salvare il solito pianeta infestato.
“Hai visto papà, era come ti dicevo io, il virus si modifica a 40 gradi centigradi.”
“Sì Niccolò però anche tu che eri convinto che il paziente Zero fosse cubano e non messicano.. ci hai fatto perdere troppo tempo!”
“Basta ragazzi, a tavola. Tesoro stappa la bottiglia. Oggi è un giorno speciale. E’ il decennale dalla fine della quarantena”.

Un brindisi al decennale

Bum! Il tappo dello spumante fa quasi un buco sul controsoffitto ripitturato da poco. Fulmino rapidamente mio marito con lo sguardo.
“Eh, per una data così memorabile, ci voleva il botto! In alto i calici!”
I nostri occhi osservano silenziosamente i bicchieri che fanno Cin.
La prima a parlare è Anna: “Mamma, ricordi quando dieci anni fa ci hai annunciato che la scuola avrebbe chiuso per un pò?”
“Certo! Eravate così felici la prima volta. Tute le altre volte però che vi aggiornavo su un’ulteriore chiusura delle scuole e sul prolungamento della quarantena, la vostra felicità si trasformava lentamente in un ‘Ok mamma’ così freddo che mi faceva paura. Avevate solo 10 e 6 anni”.
“A me però piaceva tantissimo fare scuola a casa. Lo sai che sono sempre stato un pigrone. Ricordo la mia titubanza ad uscire dopo la lunga quarantena. Avevo paura che le persone, i miei amici, le mie maestre, i miei nonni fossero cambiati così tanto da non riconoscerli più!”
“Ma come avresti fatto a non riconoscerli! Ogni volta che rientravo dalla farmacia vi trovavo davanti ad un pc per la didattica a distanza o davanti ad una videochiamata con il nonno o l’amico di turno. Per non parlare di vostra madre che declamava codici di accesso e password come se fosse il miglior hacker russo in circolazione!”
Scoppiamo e liberiamo i nostri ricordi in una risata esplosiva. Che delirio l’avvio della didattica a distanza, noi che venivamo tutti, grandi e piccini, da una scuola che più tradizionale non poteva essere.

I ricordi della quarantena

“Invece io ricordo di quella volta che tu, mamma, mi hai detto: ‘Anna oggi è domenica, perché non indossi un vestitino invece della solita tuta?’. Sapevo che la tua richiesta era solo dettata dal desiderio di risollevarmi il morale, ma quella gonnellina stonava così tanto con tutto il resto. Come se non si addicesse alla situazione di emergenza in cui vivevamo. Seppure all’interno delle mura di casa nostra, l’atmosfera fosse sempre serena!”.
“Serena?!? Anna, ma non ricordi le urla di mamma quando correvamo per casa e i suoi ‘Basta bambini, non è il periodo giusto per rompersi la testa e andare in ospedale!’ oppure ‘Ragazzi, eclissatevi in cameretta!’ quando riceveva qualche telefonata“.
Sorrido, amaramente.
“Sapete ragazzi, la quarantena è stato un momento unico, se non raro, per rivedere i nostri equilibri, ma vi confesso che più vi osservavo in quella condizione di clausura più mi assaliva lo sconforto. Il fine era necessario alla sopravvivenza, però tutto ciò che avevate sacrificato era per me un prezzo troppo alto. Vedervi correre per casa mi faceva tanta rabbia. Era primavera e voi avreste dovuto correre in piazza con i compagnetti.”
“Già ragazzi, subito dopo avervi messo a letto, io e la mamma spesso parlavamo dello sconforto nel vedervi in quella situazione, ma anche della grande lezione di vita che voi, così piccoli, stavate insegnando a noi. Senza mai fare un capriccio, avete sacrificato tutte le vostre libertà di bambini per rimettere a posto un guaio causato da noi adulti. Il vostro spirito di adattamento è stato per noi uno sprone quotidiano che ci ha lasciati letteralmente senza parole.”
Anche il nostro ricordo, a questo punto, rimane in silenzio. Non parliamo più di ciò che abbiamo vissuto dieci anni fa. Non é necessario. Tutti i nostri gesti, dalla fine della quarantena in poi, hanno parlato più di mille parole. E’ ora di godere della nostra cena e di assaporare quel semplice momento tutti insieme, attorno ad una tavola, con la tv e con i telefoni spenti.

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Quel che abbiamo imparato

Perché dieci anni fa abbiamo imparato, ad un prezzo altissimo, che il ritorno alla lentezza ha salvato la nostra specie. E paradossalmente questa consapevolezza l’ha lanciata veloce come un razzo a risollevarsi da un futuro che, allora, si prospettava buio e terribile.
Dieci anni fa ci siamo chiusi in casa lasciando dietro la porta delle nostre abitazioni un passato che avevamo sfruttato troppo e male, per barattarlo con un presente che ci appariva troppo lento e inutile. Ad attenderci, però, dietro la porta di casa, c’era un futuro di ricostruzione che ci ha resi quello che siamo oggi.
Ovvero consapevoli protettori della Vita, dell’importanza dei piccoli legami di una famiglia e dell’indispensabile unione tra esseri umani, grati ogni giorno di aver vinto la guerra contro il male più oscuro, l’indifferenza.

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