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Dylan, che non mi piaceva perché era troppo bello

Un ricordo piccino, di Luke Perry e della stagione dell'adolescenza

A me Dylan non piaceva. Io amavo Brandon. Il biondino, con lo suo sguardo liquido, il ciuffo retrò e quella fidanzata “bruttina”, come bruttina mi sentivo io quando avevo 12, forse 13 anni e Beverly Hills 90210 era il mantra. Dylan a me non poteva piacere, perchè non era bello, era qualcosa di più. Con quel talento nell’emanare fascino in uno sguardo, in un movimento delle labbra, in un sorriso aperto a metà, perfino nella sequela di silenzi, che erano l’essenza di quel personaggio, a misura di anni ’90, ma con un’occhiata furtiva all’irraggiungibile James Dean.

Luke Perry ovunque

Luke Perry, in quella prima porzione di anni ’90, era dappertutto: nei doppioni di figurine, appiccicate sui diari (ricordo i baratti e l’ambizione di possedere quel rettangolo adesivo di lui con il giubbotto chiodo, lo sguardo perso chissà dove e tra le labbra una sigaretta), nei poster in cameretta, nei pannelli pubblicitari per strada. Si parlava di Dylan come di un tizio “reale”, non che fosse finto, ma le adolescenti del tempo lo amavano con cuore, pancia, anima e cervello e sognavano che davvero un giorno lo avrebbero avuto tra le braccia, senza come, quando nè perché.

Beverly Hills 90210

L’appuntamento della prima serata di Italia 1, mi pare il giovedì alle 20 e 30, era atteso come il Capodanno. Un primo dell’anno a cadenza settimanale, con tanto di conto alla rovescia, batticuore, fantasticherie e gruppi d’ascolto telefonici, di nascosto dai genitori (ammesso che nel telefono di casa non vi fosse il blocco o ancor peggio il lucchetto).

“Chissà oggi se starà con Brenda o con Kelly?”

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Tutte tifavamo Brenda, perché ci assomigliava di più. Kelly era troppo alta, troppo magra, troppo gnocca, troppo stronza, troppo tutto.

Dylan, l’adorabile stronzo

Anche Dylan era stronzo, ma uno stronzo dal cuore buono, con un certo idealismo, che faceva da colonna a sonora a quella vita immotivatamente dissipata. Lui, figlio di miliardari, giovane, bello, sano e con la capacità di complicare tutto e tutte. Ed a noi donne, quando siamo “giovani”, quanto piacciono gli uomini complicati e l’idea di districar matasse?

Poi gli anni ’90 sono andati via, un giorno hanno smesso di mandare in onda Beverly Hills, senza che neppure ce ne accorgessimo, di Dylan non s’è saputo più nulla. Noi ragazzine degli anni ’90, nel frattempo, siamo diventate donne e abbiamo riposto tutto in uno scatolone, nascosto ben bene nella cantina della gioventù.

Nel frattempo anche Luke Perry è diventato uomo, avrà ingoiato, suo malgrado, il rospo della dimenticanza. Da star mondiale è diventato una comparsa, dentro qualche grosso film o nei cameo in cui ricordava il grande “eroe” adolescenziale che era stato. Si è sposato, ha fatto due figlie (che oggi hanno 22 e 19 anni), ha divorziato. Ha cercato di rimettersi in gioco, ma con una certa dignità. Ha rifiutato il sequel di Beverly Hill del 2008 perché, stringi stringi, gli pareva una minestra riscaldata. Nei mesi scorsi ha sfiorato di nuovo il grande sogno, chiamato a una piccola parte in un film del premio Oscar Quentin Tarantino. Non si sa altro. Non si legge di vizi, particolari virtù, donne e “gustosi” retroscena,  di una vita tutto sommato breve. Si è risentito di lui la scorsa settimana. Ictus, a soli 52 anni. Molte di noi, ragazze degli anni ’90, lo avevamo dimenticato e al sentire la triste notizia ci è salito un brivido di dispiacere. È stato triste sapere che quel ragazzo, che immaginavamo sempre dentro il giubbotto chiodo a spezzare cuori e comporre poesie, è diventato un uomo di mezza età, in lotta tra la vita e la morte. Oggi la notiziaccia. Ciascun tg nazionale gli ha dedicato un titolo nel sommario. Noi ragazze degli anni ’90 lo stiamo ricordando. Come fossimo un coro di adolescenti redivive. Lo avevamo dimenticato (quasi) del tutto, eppure la notizia della morte ci ha fatto risalire fin sulla cantina della gioventù. Ci siamo fatte strada tra le ragnatele dei ricordi, abbiamo respirato la polvere del tempo passato e finalmente abbiamo ritrovato quello scatolone. Lo abbiamo aperto e dentro c’eravamo noi ragazzine, qualcuna timida, cicciotta e con i brufoli, qualche altra procace e con la faccia tosta. Ci siamo riviste a scrivere sui diari di amori impossibili, che, a modo loro, ci facevano pulsare il cuore.

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Dylan il più bello

Poi abbiamo rivisto Dylan, che era il più bello di tutti. Lo abbiamo ricordato forte forte e con lui abbiamo rivisitato quella stagione della vita, che ci pareva lenta, difficile, simile a un ostacolo da superare a tutti i costi. Oggi faremmo di tutto per rivivere un solo giorno di quel tempo, in cui eravamo onnipotenti e non lo sapevamo. C’è voluto Dylan a farci balzare per un attimo indietro. Dylan che oggi non c’è più e che in realtà non c’è più già da un pezzo. Ma quando va via chi è stato “grande”, anche se per poco, la commemorazione monumentale è un obbligo. Ho provato tenerezza: per Luke Perry, di cui tutto sommato si sa poco o nulla, per me, per tutte noi ragazze degli anni ’90, che oggi ci prendiamo il diritto di sentirci di nuovo adolescenti, di annusare quell’amore piccolo, che ci sembrò gigantesco e di essere tristi per troppe cose, ma con un solo pretesto.

 

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